Skip to main content

DALLA CULTURA DEL PROGETTO ALLA CULTURA DELL’IMPATTO

Perché il Terzo Settore europeo deve superare la logica dei finanziamenti e imparare a generare cambiamento sistemico

Centro Studi IDEA EUROPA

Abstract

Negli ultimi vent’anni il Terzo Settore europeo ha registrato una crescita significativa in termini di dimensioni organizzative, capacità progettuale e accesso ai finanziamenti pubblici e privati. Parallelamente, le istituzioni europee hanno progressivamente incrementato le risorse destinate a programmi di inclusione sociale, cittadinanza attiva, innovazione, educazione, sostenibilità ambientale e sviluppo delle comunità locali.

Tuttavia, nonostante la crescita degli investimenti, numerosi studi evidenziano come l’espansione quantitativa delle attività non abbia sempre prodotto cambiamenti strutturali e duraturi nei sistemi sociali di riferimento.

Questo fenomeno pone una questione centrale per il futuro del Terzo Settore: è sufficiente realizzare progetti oppure è necessario sviluppare una nuova capacità di produrre trasformazioni sistemiche misurabili?

Il presente contributo sostiene che il principale limite delle organizzazioni contemporanee non risieda nella scarsità di risorse, bensì nella persistenza di una cultura orientata prevalentemente alla gestione delle attività piuttosto che alla generazione dell’impatto.


1. Introduzione

Per gran parte del Novecento il successo delle organizzazioni sociali è stato valutato sulla base della loro capacità di erogare servizi.

L’attenzione era rivolta principalmente a ciò che veniva realizzato:

  • corsi di formazione;
  • eventi pubblici;
  • attività educative;
  • servizi di assistenza;
  • campagne informative;
  • iniziative culturali.

Questo approccio rispondeva a un contesto storico caratterizzato da una minore disponibilità di dati, strumenti di monitoraggio limitati e una concezione prevalentemente quantitativa dell’azione sociale.

Negli ultimi due decenni tale paradigma ha iniziato a mostrare limiti sempre più evidenti.

La crescente complessità delle sfide contemporanee ha infatti reso insufficiente una valutazione basata esclusivamente sul volume delle attività svolte.

Il cambiamento climatico, la polarizzazione politica, le disuguaglianze educative, l’invecchiamento demografico, le trasformazioni del mercato del lavoro e la crisi della partecipazione democratica richiedono interventi capaci di produrre modificazioni profonde e durature.

In questo contesto emerge la necessità di passare da una cultura del progetto a una cultura dell’impatto.


2. Il paradosso dell’espansione progettuale

Negli ultimi anni il numero di progetti finanziati è cresciuto in maniera significativa.

Programmi europei quali Erasmus+, Horizon Europe, CERV, LIFE e Interreg hanno contribuito alla diffusione di pratiche progettuali sempre più sofisticate.

Molte organizzazioni hanno sviluppato competenze avanzate nella scrittura delle candidature, nella gestione amministrativa e nella rendicontazione finanziaria.

Paradossalmente, però, l’aumento della capacità progettuale non è sempre stato accompagnato da un corrispondente aumento della capacità trasformativa.

Numerose organizzazioni sono diventate eccellenti nella gestione dei progetti ma relativamente deboli nella generazione di cambiamenti strutturali.

Si è così progressivamente affermata una sorta di “project culture”.

In tale modello il progetto diventa il fine anziché il mezzo.

Le attività vengono progettate per rispondere ai requisiti del finanziatore più che ai meccanismi reali che generano il cambiamento sociale.


3. L’equivoco degli output

Uno dei principali ostacoli all’evoluzione del settore riguarda la confusione tra output e impatto.

Gli output rappresentano i prodotti immediati delle attività.

Ad esempio:

  • numero di partecipanti coinvolti;
  • eventi realizzati;
  • manuali pubblicati;
  • incontri organizzati;
  • contenuti digitali prodotti.

Gli output sono facilmente misurabili e spesso costituiscono gli indicatori maggiormente utilizzati nei progetti.

Tuttavia, gli output non coincidono necessariamente con il cambiamento.

Un corso di formazione può coinvolgere cento persone senza produrre alcuna modifica nei comportamenti.

Una campagna di sensibilizzazione può raggiungere migliaia di cittadini senza incidere sulle loro scelte.

Un evento internazionale può essere organizzato perfettamente senza generare alcun effetto duraturo.

La vera sfida consiste nel comprendere se le attività abbiano modificato conoscenze, atteggiamenti, comportamenti, relazioni, istituzioni o politiche pubbliche.


4. L’emergere del paradigma dell’impatto

A partire dagli anni Duemila, numerosi approcci teorici hanno contribuito a ridefinire il concetto di efficacia sociale.

Tra questi assumono particolare rilevanza:

  • Theory of Change;
  • Outcome Mapping;
  • Social Return on Investment;
  • Collective Impact;
  • Systems Thinking;
  • Developmental Evaluation.

Pur differenti tra loro, tali approcci condividono un elemento fondamentale.

Il successo di un intervento non viene valutato sulla base delle attività realizzate, bensì sulla capacità di generare cambiamenti osservabili e verificabili.

L’attenzione si sposta quindi dalla domanda:

“Cosa abbiamo fatto?”

alla domanda:

“Cosa è cambiato grazie a ciò che abbiamo fatto?”


5. Perché il futuro appartiene alle organizzazioni orientate all’impatto

L’evoluzione delle politiche europee suggerisce che nei prossimi anni la capacità di dimostrare impatti concreti diventerà un fattore sempre più rilevante.

I finanziatori mostrano una crescente attenzione verso:

  • sostenibilità;
  • scalabilità;
  • replicabilità;
  • cambiamento sistemico;
  • utilizzo delle evidenze.

Le organizzazioni capaci di documentare risultati concreti disporranno di un vantaggio competitivo significativo nell’accesso alle risorse.

Ciò non implica una riduzione dell’importanza della dimensione valoriale.

Al contrario.

L’impatto rappresenta la traduzione operativa dei valori.

Un’organizzazione che dichiara di promuovere inclusione sociale deve essere in grado di dimostrare in che misura le proprie azioni abbiano effettivamente aumentato l’inclusione.


6. Le competenze richieste dal nuovo paradigma

Il passaggio a una cultura dell’impatto richiede una profonda trasformazione delle competenze professionali.

Accanto alle tradizionali capacità progettuali diventeranno sempre più rilevanti:

  • analisi dei dati;
  • ricerca sociale applicata;
  • valutazione;
  • progettazione sistemica;
  • behavioural science;
  • stakeholder engagement;
  • gestione della conoscenza.

Emergeranno nuove figure professionali specializzate nella costruzione di sistemi di misurazione e apprendimento organizzativo.


7. Oltre il progetto: verso il cambiamento sistemico

Il cambiamento sistemico rappresenta probabilmente la frontiera più avanzata del Terzo Settore contemporaneo.

A differenza degli interventi tradizionali, esso non si limita a risolvere problemi specifici.

Mira invece a modificare le condizioni che generano tali problemi.

Ciò implica intervenire contemporaneamente su:

  • comportamenti individuali;
  • relazioni sociali;
  • organizzazioni;
  • norme culturali;
  • politiche pubbliche;
  • modelli economici.

Si tratta di una sfida estremamente complessa che richiede capacità di collaborazione intersettoriale e visione di lungo periodo.


Conclusioni

La crescente complessità delle sfide contemporanee rende sempre meno sostenibile una concezione del Terzo Settore centrata esclusivamente sulla realizzazione di attività.

Nel prossimo decennio la legittimazione delle organizzazioni dipenderà sempre più dalla loro capacità di dimostrare cambiamenti reali, misurabili e duraturi.

Questo passaggio non rappresenta una semplice innovazione metodologica.

Costituisce una trasformazione culturale profonda.

Significa passare dalla gestione dei progetti alla gestione del cambiamento.

Dalla produzione di output alla generazione di impatto.

Dalla logica dell’intervento alla logica della trasformazione.

Le organizzazioni che sapranno compiere questa evoluzione saranno quelle maggiormente in grado di contribuire alla costruzione di una società europea più inclusiva, resiliente e sostenibile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *