PERCHÉ IL TERZO SETTORE RISCHIA DI RESTARE INDIETRO NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Opportunità, rischi e strategie per evitare il più grande divario di competenze della storia del non profit
Centro Studi IDEA EUROPA
Introduzione
Negli ultimi tre anni l’intelligenza artificiale è passata dall’essere una tecnologia specialistica a uno strumento di utilizzo quotidiano.
Milioni di persone utilizzano sistemi di intelligenza artificiale per scrivere testi, elaborare dati, creare immagini, automatizzare processi, tradurre documenti e supportare decisioni complesse.
La velocità di questa trasformazione non ha precedenti nella storia recente.
Mentre internet ha impiegato decenni per diffondersi globalmente, l’intelligenza artificiale generativa ha raggiunto centinaia di milioni di utilizzatori in pochi mesi.
Tuttavia, all’interno del Terzo Settore europeo questa rivoluzione appare ancora largamente sottovalutata.
Molte organizzazioni continuano a considerare l’intelligenza artificiale come un fenomeno lontano, destinato principalmente alle grandi aziende tecnologiche o ai centri di ricerca.
In realtà, il non profit è probabilmente uno dei settori che potrebbe beneficiare maggiormente di queste tecnologie.
Allo stesso tempo, è uno dei comparti maggiormente esposti al rischio di esclusione.
Se non adeguatamente governata, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe infatti amplificare il divario esistente tra organizzazioni innovative e organizzazioni tradizionali.
Una trasformazione paragonabile all’arrivo di Internet
Per comprendere la portata del fenomeno è necessario adottare una prospettiva storica.
Negli anni Novanta molte organizzazioni sottovalutarono l’importanza di Internet.
Ritenevano che il web fosse un semplice strumento di comunicazione aggiuntivo.
In pochi anni la realtà dimostrò il contrario.
Internet trasformò radicalmente:
- la comunicazione;
- il fundraising;
- la formazione;
- la mobilitazione civica;
- la raccolta dati;
- la gestione delle organizzazioni.
Oggi l’intelligenza artificiale si trova in una fase analoga.
Non rappresenta un nuovo software.
Rappresenta una nuova infrastruttura cognitiva.
Una tecnologia capace di modificare il modo in cui le organizzazioni apprendono, decidono, progettano e operano.
Perché il Terzo Settore è particolarmente vulnerabile
La maggior parte delle organizzazioni non profit europee presenta caratteristiche che aumentano il rischio di ritardo tecnologico.
Tra queste:
- risorse economiche limitate;
- carenza di competenze digitali avanzate;
- difficoltà nell’attrarre professionisti specializzati;
- processi decisionali spesso lenti;
- forte dipendenza dal volontariato.
Questi fattori possono rallentare l’adozione dell’innovazione.
Nel frattempo, enti pubblici, università, fondazioni e imprese stanno investendo massicciamente nello sviluppo di competenze legate all’intelligenza artificiale.
Il rischio concreto è che il Terzo Settore diventi progressivamente meno competitivo, meno attrattivo e meno influente.
Il falso mito della sostituzione
Una delle paure più diffuse riguarda la possibilità che l’intelligenza artificiale sostituisca le persone.
Questa narrazione, pur avendo elementi di verità, rischia di essere fuorviante.
Nel Terzo Settore le attività a maggiore valore aggiunto sono profondamente umane.
Ascoltare.
Mediare.
Costruire fiducia.
Facilitare processi partecipativi.
Comprendere bisogni complessi.
Accompagnare percorsi di cambiamento.
Queste funzioni difficilmente potranno essere sostituite da algoritmi.
Ciò che verrà trasformato saranno invece molte attività operative e ripetitive.
Il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale sostituisca gli operatori sociali.
Il vero rischio è che operatori sociali che utilizzano l’intelligenza artificiale sostituiscano quelli che non la utilizzano.
Dove l’intelligenza artificiale può generare valore sociale
Le applicazioni potenziali sono enormi.
Progettazione europea
L’AI può supportare:
- analisi delle call;
- identificazione delle priorità;
- sviluppo di bozze progettuali;
- elaborazione di partenariati;
- gestione documentale.
Non sostituisce l’esperienza progettuale.
La amplifica.
Misurazione dell’impatto
L’analisi automatica di grandi quantità di dati permette di individuare trend, correlazioni e risultati che spesso sfuggono all’osservazione umana.
Questo può migliorare significativamente la qualità delle valutazioni.
Formazione
Sistemi intelligenti possono personalizzare percorsi formativi adattandoli alle caratteristiche specifiche dei beneficiari.
Una rivoluzione particolarmente rilevante per il lifelong learning.
Inclusione sociale
L’intelligenza artificiale può facilitare:
- traduzioni automatiche;
- accessibilità per persone con disabilità;
- orientamento ai servizi;
- supporto informativo.
Se progettata correttamente, può ridurre alcune barriere storiche.
I rischi che non possiamo ignorare
La diffusione dell’intelligenza artificiale pone tuttavia questioni etiche rilevanti.
Tra le principali:
Discriminazione algoritmica
Gli algoritmi possono riprodurre bias presenti nei dati utilizzati per l’addestramento.
Questo potrebbe penalizzare gruppi già vulnerabili.
Concentrazione del potere
Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è oggi dominato da un numero limitato di grandi aziende globali.
Ciò solleva interrogativi sulla sovranità digitale e sull’accesso equo alle tecnologie.
Esclusione digitale
Le organizzazioni prive di competenze e risorse rischiano di essere progressivamente marginalizzate.
Potrebbe emergere una nuova forma di disuguaglianza tra enti capaci di utilizzare l’AI e enti incapaci di farlo.
Dipendenza tecnologica
L’adozione indiscriminata di strumenti automatizzati potrebbe ridurre capacità critiche e competenze professionali.
L’innovazione deve rimanere al servizio delle persone.
Non il contrario.
Le nuove professioni del non profit digitale
L’intelligenza artificiale non eliminerà posti di lavoro.
Ne creerà di nuovi.
Tra le figure che potrebbero emergere entro il 2030 troviamo:
- AI for Social Impact Manager;
- Responsabile Etica Digitale;
- Social Data Analyst;
- Impact Intelligence Officer;
- Digital Community Architect;
- AI Learning Facilitator;
- Social Innovation Technologist.
Professioni oggi quasi inesistenti che potrebbero diventare centrali nel prossimo decennio.
Una questione di leadership
La sfida dell’intelligenza artificiale non è principalmente tecnologica.
È culturale.
Le organizzazioni che sapranno affrontarla con visione strategica potranno aumentare significativamente il proprio impatto.
Quelle che la considereranno una moda passeggera rischieranno di accumulare un ritardo difficile da recuperare.
Per questa ragione il dibattito sull’intelligenza artificiale dovrebbe entrare stabilmente nei consigli direttivi, nei piani strategici e nei percorsi formativi del Terzo Settore.
Non come tema tecnico.
Ma come tema di governance.
Conclusioni
L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la più grande trasformazione tecnologica che il Terzo Settore abbia mai affrontato.
Come ogni innovazione, porta con sé opportunità e rischi.
La differenza non sarà determinata dalla tecnologia in sé.
Sarà determinata dalla capacità delle organizzazioni di utilizzarla per rafforzare la propria missione.
Il futuro non apparterrà agli enti che adotteranno più tecnologia.
Apparterrà agli enti che sapranno utilizzare la tecnologia per generare più fiducia, più partecipazione, più inclusione e più impatto sociale.
La vera domanda, quindi, non è se l’intelligenza artificiale entrerà nel Terzo Settore.
La vera domanda è se il Terzo Settore sarà pronto a guidarne l’utilizzo nell’interesse delle persone e delle comunità.